di Pasquale Iorio*

Gianni Solino, l’autore de “Il cratere. Che fine faranno i ragazzi di camorra”, Edizioni La Meridiana, ha scritto diversi saggi e testimonianze su quello che Saviano ha definito il regno di Gomorra e del clan dei casalesi. Nella sua veste di coordinatore provinciale di Libera (ma anche di militante in associazioni come il Comitato don Diana), l’autore ha avuto un osservatorio privilegiato per potere continuare a narrare e descrivere le terre di quelle che lui definisce “il cratere”, l’area dei tre comuni che una volta si racchiudevano in Albanova. Per questi motivi Gianni non me vorrà se con queste mie note darò una lettura più critica e problematica di quella fatta da Isaia Sales nella sua presentazione al libro. Nella parte iniziale del suo scritto Gianni fa una attenta analisi e ricognizione degli importanti risultati e delle vittorie conseguite negli ultimi anni nell’azione di contrasto e di repressione da parte degli organi dello stato e della magistratura nella lotta contro il clan dei cosiddetti ”casalesi”, una delle mafie più potenti a livello globale. Egli osserva anche in modo acuto che ora non bisogna abbassare la guardia nei confronti di una criminalità organizzata, la quale oggi non fa più ricorso alle armi ed alla violenza per imporre il suo dominio sul territorio. Ma si è evoluta con una nuova generazione di affiliati (spesso eredi dei vecchi capibastone) grazie ad un uso spregiudicato delle nuove tecnologie informatiche e relazioni nei mercati internazionali – in alcuni settori particolari come quelli del traffico di droga e di armi, della tratta per la prostituzione, dell’azzardopatia e gestione delle slot mashines.

Ma su alcuni punti l’analisi di Gianni Solino non mi convince. Infatti, egli ad un certo punto arriva a sostenere che tra il sindaco di Casal di Principe Renato Natale – un simbolo del movimento per la legalità democratica – ed i cittadini (la gente comune) dopo quattro anni ancora non si è creato quel rapporto di collaborazione e partecipazione che lui auspicava nel suo programma. Se le cose stanno così bisogna domandarsi per quale motivo non cresce la coesione sociale, dopo alcuni anni di cambiamento e di “buongoverno locale” – come sottolinea lo stesso autore in vari passaggi. Bisogna capire e domandare cosa non ha funzionato per cui prevale la sfiducia per un disagio sociale ancora prevalente. E non basta prendersela con la “gente”, che rimane lontana dalla politica e dalle istituzioni, nonostante le battaglie e le manifestazioni intorno a figure come quelle di don Peppe Diana e in occasione del festival dell’impegno civile. Il secondo elemento di criticità lo ritrovo nel capitolo in cui si parla del ruolo del terzo settore e del volontariato. Anche qui l’autore denuncia una scarsa collaborazione tra associazioni e cittadini, spesso causata da un carattere troppo autoreferenziale o settoriale da parte dei gruppi dirigenti ai vari livelli. Il terzo punto – su cui da tempo dissento in modo esplicito – riguarda la dura analisi che in un apposito capitolo viene fatta nei confronti di Agrorinasce, a cui viene attribuita la responsabilità di una gestione poco funzionale dei beni confiscati.

Anzi, nel caso della Balzana viene denunciata una deriva ed un tradimento rispetto allo spirito originale della normativa, con affidamento a imprese contadine che vanno oltre la destinazione di uso sociale. Come viene ampiamente documentato anche oggi in uno speciale de Il Mattino, trovo giusto e pertinente la critica nei confronti dello Stato e degli enti, a partire dall’Agenzia Nazionale che gestisce i beni confiscati (in particolare le imprese), che nella maggior parte dei casi rimangono inutilizzati. Per questi ritardi si sta producendo un costo invece che nuove opportunità per creare imprese sociali, servizi di accoglienza, di cura e di formazione per la nostra comunità (come già è avvenuto in diversi casi virtuosi). Detto questo non comprendo alcune scelte che ritengo discutibili, come quella che si accinge ad assumere il comune di Casal di Principe di fuoriuscire dal nuovo consorzio, che è in via di definizione in base alle nuove norme. In modo franco ed aperto rimango convinto che la via maestra per il riscatto delle nostre comunità nella lotta contro la camorra deve fondarsi in primo luogo su una salda cooperazione tra istituzioni, terzo settore e cittadini democratici. Questo fronte va rinsaldato e rilanciato con il coinvolgimento di tutti gli enti e gli attori, magari anche con le giuste critiche ed osservazioni per evitare e superare errori e ritardi. Di contro, sarebbe molto deleterio e pericoloso se si creano divisioni e rotture. Sarebbe un regalo alla malavita, che non possiamo permetterci.

*Coordinatore le Piazze del Sapere





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