A ben quattro anni dalla pubblicazione, il libro PASCIA’ di Salvatore Minieri, sabato 16, a Casapesenna, sarà finalmente presentato nei luoghi simbolo della terrificante e sanguinaria saga della mafia Casalese. Finalmente, perché per oltre quarantotto mesi, alcune associazioni che avrebbero dovuto fare antimafia su quel territorio hanno latitato in maniera imbarazzante, dando segni di vita solo per innescare la solita strategia della selezione rudimentale che divide gli umani tra “buoni e cattivi”. E, stando alla narrazione di questi eroi della trasparenza alternata, i buoni sono sempre loro, per motivi che si condensano esclusivamente nell’appartenenza a determinate congregazioni di visi ecumenici che soffrono, in un mondo di “cattivi e collusi”. Tutti gli altri sono da rinnegare con l’arma della delegittimazione, con la creazione di scandalosi cordoni sanitari che non consentano a nessuno di parlare o di esprimere idee di vera militanza antimafia, soprattutto se non possiedono la tesserina associativa che sancisce il crisma della beata canonizzazione. Il Vaticano Casalese, quello che ha un Papa sempre in giacchetta blu e ancelle pronte a servir messa contro ogni “diavolo sine tessera”, non ha mai consentito a questo testo, che parla proprio della genesi della mafia locale fino alla sua espansione in Colombia e nelle capitali europee, di approdare nelle zone calde del triangolo tra Casale, Casapesenna e San Cipriano d’Aversa, per questioni che ancora oggi sono avvolte dai vapori dell’incenso di questa santa e apostolicissima arcipretura della purezza a targhe alterne. Capiamo bene che, in certi ambienti, il giornalismo libero da padrini e padroni risulti sgradito, oltreché urticante per i cardinali della beata congregazione dell’antimafia parolaia, capiamo ancor meglio che a certi personaggi, padroni di un’anticamorra light e remunerativa, sfugga il concetto di giornalismo vero che non scende in piazza per pulsioni carrieriste o tendenze maccartiste. Quel che più abbiamo compreso è di essere spesso in mano a una consolidata confederazione di personaggi che hanno bisogno di creare un finto nemico, di tracciare impunemente il profilo ostile di qualche inesistente avversario, pur di godere di tutti i ritorni mediatici che il caso crea e alimenta. Un giornalista scrive, denuncia, pubblica libri di inchiesta, si espone in prima persona a rischi indicibili e a momenti spaventosi. Ma lo fa da solo, senza la scorta conveniente di parenti, mariti, cugini che - chi più, chi meno - abbiano galleggiato e masticato nel mondo della politica. Sì, perché parliamo di un’onda locale che oggi dice di fare antimafia senza aver mai prodotto un solo atto cogente contro le mafie, senza aver mai dato alle stampe un testo di inchiesta sul fenomeno camorrista, senza aver mai affondato la vera lama dell’indignazione nelle pieghe delle vicende di sangue del territorio, e dice di farlo in Comuni che, clamorosamente, sono anche terminali di interessi politici di alcuni loro familiari. E allora bisogna infangare l’avversario politico, premendo sul pedale della distinzione farlocca tra buoni e cattivi. E se poi viene dimostrata l’assoluta nullità delle accuse, e qualcuno certifica la nostra straordinaria cialtroneria, non si deve mai chiedere scusa, perché si potrebbe guastare la tela della casereccia narrazione, bugiarda e fuorviante. Marcello De Rosa, sindaco di Casapesenna, è finito in questo calderone dell’accusa creata in laboratorio, di quelle che ti possono distruggere una vita in pochi mesi, facendoti perdere su ogni parallelo della credibilità etica e civile, se non addirittura familiare. Quello di De Rosa è uno dei casi più sconvolgenti della storia dell’antimafia italiana. Un sindaco accusato, da paladini della domenica e improvvisati professionisti del convegno a ricco gettone, di essere contiguo e, in alcuni passaggi, intraneo al clan dei Casalesi. Un impianto di accuse e illazioni muscolari, portato a segno da una ininterrotta sfilata di giornalisti e telecamere che hanno ronzato intorno al primo cittadino di Casapesenna, senza mai avere la solidità oggettiva di una vera prova. Oggi, i magistrati hanno scagionato De Rosa da ogni accusa, chiarendo l’azione incisiva del sindaco, contro i potentati camorristici della sua area. Ma nessuno ha chiesto scusa al primo cittadino, per un’odissea di fango e ombre, durata anni. De Rosa, giova ricordarlo soprattutto ai cardinali della congrega dell’antimafia locale che, magari per colpa delle salmodie evangeliche recitate dagli adepti, non sentono bene ciò che accade intorno, è stato l’uomo che ebbe il coraggio civile di ordinare l’abbattimento della casa del padre di Michele Zagaria, ras inarrivabile e feroce del clan dei Casalesi. Sabato sera, a Casapesenna, presso il Caffè Letterario, villa confiscata alla famiglia del mafioso Luigi Venosa, ci sarà a moderare la presentazione di Pascià, Mario De Michele, cronista che appena qualche ora fa è stato selvaggiamente aggredito in strada da ignoti che, dopo averlo schiaffeggiato, si sono accaniti con ferocia sulla sua automobile. De Michele, come Marcello De Rosa, è un uomo che ancora lotta contro la perizia casertana di costruire patetici mulini a vento, per denigrare chi denuncia veramente ogni forma di illegalità. Al giornalista casertano, infatti, non viene perdonata la caparbietà con la quale continua a ricostruire i filamenti connettivi e lattiginosi tra politica e mafia, tra l’area atellana e l’hinterland di Aversa, territorio che i “paladini dell’anticamorra de noantri” si guardano bene anche solo dall’attraversare con manifestazioni di approfondimento culturale o di testimonianza civile. Anche per il giornalista De Michele, inutile dirlo, nessuno dei membri delle associazioni anticamorra del casertano ha espresso vicinanza, dopo il vile attacco. Si sa, quando non appartieni a determinate sagrestie, la Comunione resta cosa per pochi. Sull’autore del testo, poi, si sono sempre concentrate le attenzioni delle vestali locali, ben protette da sigle e da una dimensione associazionistica che tutto sembra aver fatto, tranne declinare con coraggio l’appartenenza a un settore sociale che la camorra dovrebbe stringerla al muro della denuncia. Salvatore Minieri ha più volte evidenziato l’impenetrabile silenzio delle sigle anticamorra sul suo testo, ormai giunto all’ottava ristampa e diventato un best seller, annoverato secondo il Corriere della Sera e La Repubblica, tra i migliori libri sulla camorra degli ultimi dieci anni. Anche su Salvatore Minieri mai nessuna espressione di vicinanza è mai stata espressa da chi regge le sorti dell’associazionismo casertano contro le mafie. Clamoroso, poi, il silenzio degli ultimi mesi delle sigle dell’anticamorra più altisonante della provincia di Caserta. Minieri, dopo essere stato oggetto di un attentato a colpi di arma da fuoco nel 2008, attraverso una sua denuncia ha fatto condannare due esponenti di spicco del clan Lubrano-Ligato per minacce subite nell’inverno del 2010. Qualche mese fa, c’è stata la sentenza che ha inchiodato i due appartenenti alla sanguinaria cosca di Pignataro Maggiore. Anche qui, lo stesso copione: non una parola di commento per una sentenza che resta storica, in fatto di giornalisti che hanno il coraggio di denunciare, in una terra che ha solo tante tessere dell’antimafia, ma nessuna menzione per aver fatto qualcosa di concreto, nell’ambito del contrasto alle consorterie criminali del casertano. E allora, pur volendo rimanere sui binari di una moderazione concettuale, se non dialettica, torna in mente la frase “il silenzio è complice”. E certe complicità uccidono e isolano più di quanto non sappia già fare la mafia.

 

 





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